La camomilla

La stufa a legna scaldava la piccola cucina. Quando aprivo la porta sentivo il profumo di fiori di malva, zucchero e Fernet mescolato all’odore acre del fumo.
Il rosario veniva sfilato dal vecchio portamonete e sgranato quasi subito. Se le cose andavano bene ci scappava una partita a carte prima o dopo.
Lui giocava appassionatamente, come se il suo rivale fosse un professionista dell’azzardo e non una bimbetta che faticava a toccare giù dalla sedia. Lei guardava, il suo ruolo principale non era quello del gioco, ma di guida nelle preghiere e nelle litanie, che snocciolava, come un ministro esperto,  in un latinorum contadino.
Il calore saturava l’aria, il tempo rallentava diventando interminabile, le voci si accavallavano senza prevaricarsi.
Dentro di me si diffondeva un tepore confortante.

il profumo della mia infanzia

Gennaio mette ai monti la parrucca.
Febbraio grandi e piccoli imbacucca.
Marzo libera il sol di prigionia.
April di bei colori gli orna la via.
Maggio vive tra musiche di uccelli.
Giugno ama i frutti appesi ai ramoscelli.
Luglio falcia le messi al solleone.
Agosto, avaro, ansando le ripone.
Settembre i dolci grappoli arrubina.
Ottobre di vendemmia empie la tina.
Novembre ammucchia aride foglie a terra.
Dicembre ammazza l’anno e lo sotterra.

Angelo Silvio Novaro

23.08.1997 – 1.05.2011

Ricordo una fiumana di persone a Parigi.
Tutti camminiamo verso una stessa direzione.
Tutti desideriamo ardentemente ascoltare la Parla che cambia la Vita.
Tutti desideriamo incontrare quell’Uomo, il pellegrino vestito di bianco.
Cantiamo per le strade.
Siamo affamati, forse anche un po’ sporchi…siamo stanchi e provati da giorni di cammino, da notti prive di sonno ma vive di chiacchiere.
Stanotte, dopo aver incontrato l’Uomo ed esserci nutriti delle sue parole, dormiremo sotto le stelle, uno di fianco all’altro.
Ci addormenteremo cullandoci a vicenda nelle voci l’uno dell’altro, raccontandoci fino allo sfinimento segreti e desideri.
Sogneremo il nostro futuro: un futuro luminoso e pieno d’amore, perché questo è stato promesso dal bianco pellegrino a noi, vagabondi e pellegrini.
Stanotte non abbiamo paura.

fuori dalla finestra

2903845014_223767db2eQuando abitavo nell’altra casa la sera, d’estate, guardavo fuori dalla finestra prima di andare a letto. La città era addormentata, tutto dormiva e dovunque c’era un grande silenzio. Rimanevano solo pochi rumori nella notte: una macchina che passava in lontananza, i grilli che cantavano, una televisione accesa in lontananza, qualche chiacchera dei vicini ancora svegli. Allora intorno alla casa non c’erano tante case come oggi, i prati appena bagnati emanavano il loro profumo verde che dorme.
Mi piaceva, dopo una calda giornata di sole, sentire l’umido della notte sulla pelle e rimanere sveglia quando le poche luci rimaste accese piano piano si spegnevano: mi sembrava di essere sola al mondo. Sentivo il tempo rallentare e quasi cristallizzarsi. Dentro di me si diffondevano la quiete e la serenità.

La foto è di doortoriver: http://www.flickr.com/photos/doortoriver/

la febbre

Dietro la casa c’è un orto. In fondo all’orto ci sono due alberi di prugne, nodosi e solidi come lui. Lui, seduto vicino a me, mi guarda paziente e dolce, poi mi indica, dei due, il prugno più vecchio e robusto: i suoi rami si stagliano alti, fin sopra il tetto del vecchio capanno lì vicino.

<<La leghiamo lì, la febbre,>> dice. E io ci credo.

<<La lego io, stretta stretta, e non scapperà più>>

Seduta, sul divano sotto la finestra, guardo fuori: non ho neanche un momento di perplessità, so che se lui lo dice è vero, so che la febbre non tornerà più, perché lui non mi mentirebbe mai, perché lui si prende cura di me, come se fossi la cosa più preziosa che ha.

Mi appoggio un po’ al suo braccio, sono abbastanza vicino per sentire il suo odore: punge, sa di legna e di terra. So che si legherà addosso la mia febbre e la porterà lontano solo per farmi stare meglio.