Ho pensato a voi

Ho pensato a tutti voi, piccoli miei, che in questi giorni siete maturi.

Ho pensato a voi, che avete condiviso con me tre anni difficilissimi, ma meravigliosi.

Ho pensato alle scelte sbagliate, ma anche al fatto che se non avessi fatto quelle scelte sbagliate voi non avreste mai incrociato la mia strada.

E allora.. va bene così.

Ho pensato a te, che mi hai voluta vicina in un momento così speciale, il momento della tua prova, un moderno rito di passaggio per un giovane cavaliere dal cuore antico. Il tuo abbraccio, piccolo grande uomo, l’abbraccio nel quale si è sciolta ogni emozione, ogni ansia, ogni agitazione..quell’abbraccio di bimbo che diventa adulto mi rimarrà nel cuore per sempre.

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Fuori metafora

La metropolitana è affollatissima. Sono quasi alla fermata della stazione, ma ho i minuti contati.
Ho viaggiato in bilico tra i passeggeri, quasi soffocata tra loro. Mi sono avvicinata all’uscita a spintoni, il brevissimo percorso caotico, la ressa per uscire dal vagone. La corsa. Quasi sono all’uscita. Naturalmente quella più vicina è chiusa. Ironia della sorte. Mi dirigo affannosamente verso l’unica che mi permette di accedere direttamente al piazzale: naturalmente è la più lontana. Naturalmente la scala mobile, speranza di guadagnare qualche secondo, è fuori servizio. Mi precipito su per i gradini, prendo una boccata d’aria fresca, inciampo maldestramente in me stessa mentre cerco di aprire il misero ombrellino sepolto in fondo alla borsa. A una delle borse che mi sto trascinando dietro. La stazione, vista tra la pioggia scrosciante, sembra un miraggio lontanissimo.
Il mio cuore mi dice che ce la posso fare, la mia testa mi dice che se ce la metto tutta – spazio fratto tempo uguale velocità – ce la posso ancora fare. Le borse mi pesano da ogni parte, sono zavorre che scivolano giù dalle spalle. Le recupero con una mano, mentre con l’altra sono impegnata a lottare con l’inutile ombrellino in balia del vento. Corro. O cerco di farlo.
Forse sono arrivata in tempo. Sul tabellone della stazione il treno non è ancora stato cancellato, l’orologio dice che sono in anticipo di un minuto. Quasi. Mi fermo un momento per prendere fiato: sono in affanno e l’aria fredda mi infiamma i polmoni. Il respiro mi si ferma in gola: le dannatissime lucine intermittenti segnalano che il treno sta per partire. Binario 16. Naturalmente. Non poteva essere il binario più vicino vicino, oggi che non sono in anticipo come al solito. Anni di anticipi e di treni in ritardo. Un giorno di ritardo e un treno puntuale. Ironia della sorte. Ricomincia la corsa. La testa martella: “Ce la faccio, ce la faccio, ce la faccio…”. “Corri, corri, corri…”. Ombrello perso, borse a penzoloni, spalle e dita doloranti. Vedo le scale. Le scale della stazione, che, notoriamente, sono più faticose da salire di tutte le scale del mondo: 20 gradini per non aver fatto nemmeno un giorno di palestra, 20 gradini per un gigante in sovrappeso, 20 gradini per scalare l’Everest. Ma la tenacia premia: il treno è ancora lì. L’impegno vince, la costanza trionfa, la fatica viene ricompensata. L’ultimo gradino. E un impercettibile movimento. Le porte si chiudono. Esattamente nello stesso momento in cui il mio piede arriva sul binario. Le porte si sono chiuse per non riaprirsi.
Il treno parte. Lentamente. Mi prende in giro. Con lo stesso sorriso ironico della sorte. Si fa guardare bene mentre se ne va. Dopo di lui non ci sono più treni. Non ci sono coincidenze. Non ci sono mezzi. Solo il buio della notte che cala lentamente. Solo il freddo. Solo la pioggia. Fuori. Dentro una voragine di vuoto.
E ho anche perso l’ombrello.

il buio

Perché le cose non vanno mai come ti aspetti.
Perché nonostante tu abbia raggiunto gli obiettivi che ti sei posto, in fondo sembra sempre di non aver mai concluso niente.
Perché le persone, tutte, alla fine deludono sempre le tue attese.
Perché la gente pensa che sia sufficiente chiedere scusa… ma nemmeno un piatto rotto si riaggiusta, anche se gli si chiede scusa.
Perché ti senti sempre un chilometro indentro, tre gradini sotto.
Alla fine, da sola.

La parte che mi manca

C’è stato un momento nella mia vita in cui sono stata coraggiosa. Mi ricordo bene di quella ragazza senza paure. Ero impavida, alzavo la voce, non sopportavo di stare zitta e difendevo con tutta me stessa le mie idee.
Ero intransigente, avrei messo la mia faccia davanti a tutto e tutti, avrei gridato ai quattro venti la mia opinione, le mie emozioni, i miei sentimenti.
Il mio momento della contestazione.
Qualche anno di gloriosa, dissennata, impulsiva gioventù.
Ero libera, forte, instancabile, senza freni.
Il mondo mi amava e io amavo il mondo, incondizionatamente.
Forse, per questo oggi mi sento chiusa in gabbia.

Il bicchiere mezzo pieno

Ho un cassetto pieno di sogni che rimarrà chiuso per sempre: è pieno di ragnatele avvolte attorno ad antiche aspirazioni, speranze deluse, aspettative infrante, inutili consapevolezze.
Ho un cassetto dal quale ho estratto un sogno: ho sudato, ho faticato, ho creduto, ho gioito e l’ho concretizzato. Poi mi sono resa conto che quel sogno, trasformato in realtà, diventava giorno dopo giorno un incubo, lontano anni luce da ogni idea che avevo di lui. Ho riaperto il cassetto e abbandonato lì i pezzi di quel che ne restava.
Ho un cassetto vuoto, perché l’amore della mia vita vive accanto a me. Lui ha raccolto le chiavi degli altri cassetti, lui custodisce gelosamente la prima e mi ha aiutato a gettare l’altra, liberandomi dei ripensamenti e dei sensi di colpa. Lui è così presente che la solitudine non mi spaventa più, lui è così affettuoso che non ho bisogno di altre carezze, lui è così paziente che posso essere completamente me stessa senza averne paura.
Lui mi ha appena regalato una nuova chiave per un nuovo cassetto.
Lui è la parte piena del mio bicchiere.

dell’amore, della morte

Tu, l’uomo più energico che io abbia mai conosciuto, eri spezzato.
Per la prima volta ti vedevo fragile e cercavo, io, di prendermi cura di te.
Mi hai guardato intensamente, dolcemente e mi hai sussurrato: “Se hai bisogno, vieni da me”.
Non sento più la tua voce, e non ho ancora trovato qualcuno che si prenda cura di me come hai fatto tu.