l’innocenza di giulio

linnocenzadigiulioIn prima nazionale al Teatro della Cooperativa di Milano, dal 5 aprile è in scena la nuova pièce di Giulio Cavalli, che rilegge alcuni atti del processo Andreotti per testimoniare come la parola “innocenza” spesso venga abusata: innocenza e prescrizione di un reato effettivamente compiuto non sono la stessa cosa. Questo il messaggio principale che arriva all’auditorio.

Preceduto da un video-intervento del magistrato Giancarlo Caselli e intervallato dalle canzoni di Cisco Bellotti, il monologo evidenzia le connessioni tra mafia e politica, a partire da un curioso episodio di fine Ottocento per soffermarsi sugli anni Sessanta-Ottanta. Un quadro ormai storico, veridico, provato e testimoniato, ma ancora insoluto, perchè la giustizia non è intervenuta a mettere la parola “fine” a quegli avvenimenti (che sembrano quasi essersi esauriti da sè), perchè la giustizia ha riconosciuto i crimini, ma non ha punito i colpevoli.

linnocenzadigiulio2Purtroppo quella che racconta Cavalli non è una storia, non è la trama di un film, come lui spesso ribadisce, e il lieto fine tanto atteso non arriva: si esce con l’amaro in bocca da teatro, ma anche con gli occhi pieni di immagini: sono quegli eroi quotidiani, martiri, inneggiati con parole e musica da “I cento passi”, che hanno speso la loro vita a servizio degli altri: Falcone, Borsellino, don Pino Puglisi, il generale Dalla Chiesa, Aldo Moro, Giorgio Ambrosoli, Peppino Impastato…

Non è uno spettacolo simpatico, non è leggero, non è facile da seguire con i suoi rapidi riferimenti alla storia politica e alla storia della mafia del secolo scorso, ma è volutamente asciutto e chiaramente di parte. D’altro lato il suo interprete da tempo la sua parte l’ha presa: da anni vive sotto scorta. E alla fine dello spettacolo ringrazia con una battuta proprio i due carabinieri, che per tutta la durata del monologo hanno guardato la platea e non il palcoscenico.

L’INNOCENZA DI GIULIO – Andreotti non è stato assolto
di Giulio Cavalli
con la collaborazione di Giancarlo Caselli e Carlo Lucarelli
regia Renato Sarti
con Giulio Cavalli
musiche originali Stefano “Cisco” Bellotti
assistente alla regia Marco Di Stefano
disegno originale di Ugo Pierri
foto di scena Emiliano Boga

Una specie di storia d’amore

Lo spettacolo si sviluppa in due atti unici, che ritraggono ognuno una coppia singolare. 
Miller1_foto_DorkinIl primo atto, Una specie di storia d’amore, ha come protagonisti un investigatore privato di provincia ed una prostituta che, unica, ha il potere di scagionare un presunto omicida. La donna, però, è fortemente disturbata ed ogni volta che sta per rivelare la verità sugli eventi cade preda di crisi di nervi, che le provocano continue amnesie e disturbi da personalità multiple. L’uomo è combattuto tra amore e distacco, fiducia e sconforto. Oltre al legame professionale, tra i due c’è anche una forte attrazione, sentimentale e sensuale. S’insinua forte il dubbio che lei finga di essere a conoscenza dei fatti per tener legato a sé il detective e, d’altro lato, che lui s’illuda che lei abbia la chiave del mistero per non perderla.
La scenografia rievoca le atmosfere cinematografiche dei film noir hollywoodiani degli anni Quaranta: un’essenziale camera d’albergo, la penombra che penetra da un’insegna esterna.
Il secondo atto, “Non mi ricordo più niente” ha come protagonisti due anziani, amici Miller_2_foto_Dorkinda tutta la vita, che si incontrano quotidianamente e condividono ricordi, rimorsi e certezze. La sclerosi che li affligge dà vita a divertenti dialoghi e teneri litigi, li illumina su avvenimenti del passato e su verità che prima non erano in grado di comprendere.
 
Arthur Miller al Teatro Out Off di Milano

Metti un sabato sera a teatro

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“Sei personaggi in cerca d’autore” è un’opera di metateatro, cioè l’azione scenica sviluppa un “teatro nel teatro”, mettendo a nudo le convenzioni sceniche condivise tra attori e spettatori. Lo scopo è svelare i diversi livelli di lettura di uno spettacolo e permettere una riflessione, in questo caso specifico, su come la realtà stessa sia in molte circostanze un’esperienza di finzione teatrale.
La trama si sviluppa sulla storia di una famiglia (padre, madre e quattro figli) di “personaggi”, abbandonati a se stessi dall’autore che avrebbe dovuto portare in scena le loro vicissitudini, alla ricerca di qualcuno che voglia rappresentare e, quindi finalmente, dare un epilogo alla loro storia.
Gli attori, che compaiono all’aprirsi del palco impegnati in una prova di un’altra opera teatrale pirandelliana “Il gioco delle parti”, si trasformano in spettatori del dramma che ha colpito la famiglia dei “personaggi”.
Solo il primogenito, maschio, è figlio di entrambi i genitori: lasciato ad una balia subito dopo la nascita per volere del padre è stato abbandonato definitivamente dalla madre all’età di due anni, quando quest’ultima, spinta dallo stesso marito, ha abbandonato la famiglia per un altro uomo. Dalla relazione con lui nasceranno gli altri tre figli: la maggiore, quasi coetanea del fratellastro, un bimbo e una piccolina di pochi anni.
Il primo marito della donna, però, si pente di aver lasciato la moglie nelle braccia dell’altro, si sente perso e solo in una casa vuota e comincia a spiare la nuova famiglia, finché i nuovi sposi, soffocati dal suo eccessivo interesse, decidono di trasferirsi all’estero.
Quando, molti anni dopo, il secondo marito muore lasciando la famiglia senza sostentamento, la donna decide di tornare nella città d’origine con i tre figli; trova lavoro presso una sarta, Madama Pace, che però l’assume solo per sfruttare in segreto la figlia maggiore, convincendola a prostituirsi, pena il licenziamento in tronco della madre.
Durante uno degli “incontri” amorosi della figlia, quest’ultima si trova di fronte al primo marito della donna, ma non lo riconosce. Il destino vuole che, mentre i due stiano per consumare, l’arrivo della madre sveli ad entrambi quello che stavano per compiere.
Il padre, sconvolto, invita tutta la famiglia a vivere nelle sua casa, dove potrà mantenerla e ricomporre il nucleo familiare tanto sognato. Il primogenito, però, vede nella propria madre, che lo ha abbandonato, e nei fratellastri solo degli approfittatori. Il suo rifiuto nei loro confronti fa sì che la famiglia ricomposta si trovi a vivere in un’atmosfera di forte disagio.
Il dramma si consuma quando la piccolina affoga nella fontana del giardino, la madre ne trova il cadavere senza vita ed il figlio minore assiste alla scena da dietro un cespuglio con una pistola nella mano. Improvvisamente ne parte un colpo.
Dopo aver assistito alla tragedia che si è consumata sotto i loro occhi, regista e attori abbandonano il teatro, chi incredulo, chi sconcertato.
L’ultima ad abbandonare il palcoscenico con una folle risata sarà la figlia, dal cui punto di vista è stata narrata tutta la vicenda.

“Ciascuno di noi si crede “uno” ma non è vero: è “tanti”, signore, “tanti”, secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi: “uno” con questo, “uno” con quello diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre “uno per tutti”, e sempre “quest’uno” che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero!”