Fuori metafora

La metropolitana è affollatissima. Sono quasi alla fermata della stazione, ma ho i minuti contati.
Ho viaggiato in bilico tra i passeggeri, quasi soffocata tra loro. Mi sono avvicinata all’uscita a spintoni, il brevissimo percorso caotico, la ressa per uscire dal vagone. La corsa. Quasi sono all’uscita. Naturalmente quella più vicina è chiusa. Ironia della sorte. Mi dirigo affannosamente verso l’unica che mi permette di accedere direttamente al piazzale: naturalmente è la più lontana. Naturalmente la scala mobile, speranza di guadagnare qualche secondo, è fuori servizio. Mi precipito su per i gradini, prendo una boccata d’aria fresca, inciampo maldestramente in me stessa mentre cerco di aprire il misero ombrellino sepolto in fondo alla borsa. A una delle borse che mi sto trascinando dietro. La stazione, vista tra la pioggia scrosciante, sembra un miraggio lontanissimo.
Il mio cuore mi dice che ce la posso fare, la mia testa mi dice che se ce la metto tutta – spazio fratto tempo uguale velocità – ce la posso ancora fare. Le borse mi pesano da ogni parte, sono zavorre che scivolano giù dalle spalle. Le recupero con una mano, mentre con l’altra sono impegnata a lottare con l’inutile ombrellino in balia del vento. Corro. O cerco di farlo.
Forse sono arrivata in tempo. Sul tabellone della stazione il treno non è ancora stato cancellato, l’orologio dice che sono in anticipo di un minuto. Quasi. Mi fermo un momento per prendere fiato: sono in affanno e l’aria fredda mi infiamma i polmoni. Il respiro mi si ferma in gola: le dannatissime lucine intermittenti segnalano che il treno sta per partire. Binario 16. Naturalmente. Non poteva essere il binario più vicino vicino, oggi che non sono in anticipo come al solito. Anni di anticipi e di treni in ritardo. Un giorno di ritardo e un treno puntuale. Ironia della sorte. Ricomincia la corsa. La testa martella: “Ce la faccio, ce la faccio, ce la faccio…”. “Corri, corri, corri…”. Ombrello perso, borse a penzoloni, spalle e dita doloranti. Vedo le scale. Le scale della stazione, che, notoriamente, sono più faticose da salire di tutte le scale del mondo: 20 gradini per non aver fatto nemmeno un giorno di palestra, 20 gradini per un gigante in sovrappeso, 20 gradini per scalare l’Everest. Ma la tenacia premia: il treno è ancora lì. L’impegno vince, la costanza trionfa, la fatica viene ricompensata. L’ultimo gradino. E un impercettibile movimento. Le porte si chiudono. Esattamente nello stesso momento in cui il mio piede arriva sul binario. Le porte si sono chiuse per non riaprirsi.
Il treno parte. Lentamente. Mi prende in giro. Con lo stesso sorriso ironico della sorte. Si fa guardare bene mentre se ne va. Dopo di lui non ci sono più treni. Non ci sono coincidenze. Non ci sono mezzi. Solo il buio della notte che cala lentamente. Solo il freddo. Solo la pioggia. Fuori. Dentro una voragine di vuoto.
E ho anche perso l’ombrello.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...