De senectute – I

O Tite, si quid ego adiuero curamve levasso, quae nunc te coquit et versat in pectore fixa, ecquid erit praemi?
Licet enim mihi versibus eisdem adfari te, Attice, quibus adfatur Flamininum ille vir haud magna cum re, sed plenus fidei; quamquam certo scio non, ut Flamininum, sollicitari te, Tite, sic noctesque diesque; novi enim moderationem animi tui et aequitatem, teque non cognomen solum Athenis deportasse, sed humanitatem et prudentiam intellego.
Et tamen te suspicor eisdem rebus quibus me ipsum interdum gravius commoveri, quarum consolatio et maior est et in aliud tempus differenda.
Nunc autem visum est mihi de senectute aliquid ad te conscribere.

 
Tito, se avrò portato qualche giovamento o avrò alleviato la preoccupazione che ora ti tormenta e sconvolge, conficcata nel cuore, quale mai sarà la ricompensa?
Mi è lecito infatti rivolgermi a te, Attico, con gli stessi versi con i quali si è rivolto a Flaminino un famoso uomo [il poeta Ennio, ndr] senza grande ricchezza, ma pieno di lealtà; sebbene sappia per certo che tu, Tito, non sei tormentato notte e giorno, come Flaminino; conosco infatti la moderazione e l’equilibrio del tuo animo, e comprendo che tu non hai riportato da Atene solo il soprannome, ma anche la civiltà e la saggezza. Tuttavia sospetto che tu sia molto profondamente turbato dalle stesse preoccupazioni per le quali io stesso talvolta lo sono, il cui maggior conforto deve essere rimandato ad un altro momento.
Ora, invece, mi sembra meglio scriverti qualcosa sulla vecchiaia.
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