Guccini live

Le nove sono passate da soli cinque minuti e “il Maestrone”, praticamente puntualissimo, sale sul palco preceduto dai suoi storici musici: Ellade Bandini (batteria-percussioni), Juan Carlos “Flaco” Biondini (chitarre), Oscar del Barba (pianoforte-tastiere), Roberto Manuzzi (sax–armonica-fisarmonica-tastiere), Antonio Marangolo (sax-percussioni) e Pierluigi Mingotti (basso). Manca Vince Tempera, ma una battuta sarà riservata anche a lui nel corso del concerto, salvo poi ricordare che “Non si parla male degli assenti”. La divisa da concerto di Guccini è quella di un cantastorie: pantaloni neri, un’ampia camicia rossa con colletto alla coreana. La chitarra è già sul palco ed è la prima cosa che imbraccia, ancora prima di salutare. Si riscalda partendo dall’attualità politica, l’irriducibile vena ironica mai intaccata dal tempo. Soprattutto in questa prima parte del concerto non risparmia commenti sulla vita politica contemparanea, sparando i suoi giudizi su destra e sinistra (ma, ovviamente, più sulla destra). Non manca qualche riferimento alla più stretta attualità: il nucleare, la legge anti-stupro… Poi, finalmente, arriva anche la musica. Come in tutti i concerti comincia con Canzone per un’amica, il cui titolo originale è In morte di S.F. (Silvana Francesco), da Folk Beat n°1, il suo primo album, pubblicato nel 1967.

Voglio però ricordarti com’eri,
pensare che ancora vivi,
voglio pensare che ancora mi ascolti
e che come allora sorridi.

Un’altra lunga pausa per dialogare col pubblico. Sembra divertito mentre saluta qualche spettatore che esibisce varie bottiglie di rosso. Sembra un po’ più imbarazzato, invece, quando dalla prima fila gli viene detto che lì c’è una ragazzina cresciuta con le sue canzoni. Gran parte del senso del concerto è espresso dalla seconda canzone scelta dal cantautore, Il tema (da L’isola non trovata, 1970).

..e dirò sempre le stesse cose viste
sotto mille angoli diversi,
cercherò i minuti, le ore, i giorni,
i mesi, gli anni, i visi che si sono persi,
canterò soltanto il tempo…

Ed in effetti è il tempo il filo conduttore di queste prime canzoni. Dopo un’altra lunga pausa di chiacchiere, da un tempo reale e vissuto al futuro lontano dell’armageddon (“Ma forse neanche più di tanto”, ironizza riallacciandosi all’iniziale riflessione sul nucleare) arriva a Noi non ci saremo (da Folk Beat n°1, 1967)

Vedremo soltanto una sfera di fuoco,
più grande del sole, più vasta del mondo
nemmeno un grido risuonerà
e solo il silenzio come un sudario si stenderà
fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo.

E’ sempre grazie agli “amici” ormai avvinazzati delle prime file che ritorna al tema del vino, che gli serve per giustificare una certa nostalgia in Canzone delle osterie fuori porta (da Stanze di vita quotidiana, 1974)

Sono più famoso che in quel tempo
quando tu mi conoscevi,
non più amici, ho un pubblico che ascolta le canzoni in cui credevi
e forse ridono di me, ma in fondo ho la coscienza pura,
non rider tu se dico questo,
ride chi ha nel cuore l’odio e nella mente la paura…
Ma non devi credere che questo abbia cambiato la mia vita,
è una cosa piccola di ieri che domani è già finita.
Son sempre qui a vivermi addosso,
ho dai miei giorni quanto basta,
ho dalla gloria quel che posso,
cioè qualcosa che andrà presto, quasi come i soldi in tasca…
Non lo crederesti ho quasi chiuso tutti gli usci all’avventura,
non perchè metterò la testa a posto, ma per noia o per paura.
Non passo notti disperate su quel che ho fatto o quel che ho avuto:
le cose andate sono andate
ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto

Inizia poi la serie delle canzoni d’amore, le storie raccontate, inventate, quelle vissute, quelle finite e quelle che si porteranno per sempre nel cuore. Vedi cara (da Due anni dopo, 1970) è la crisi di un rapporto e la storia di un nuovo innamoramento.

Non rimpiango tutto quello che mi hai dato,
che son io che l’ho creato e potrei rifarlo ora.
Anche se tutto il mio tempo con te non dimentico, perché questo tempo dura ancora.
Non cercare in un viso la ragione, in un nome la passione che lontano ora mi fa.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.

Scherza con i suoi musicisti, cerca di convincere il pubblico che ha cominciato a suonare la chitarra per conquistare le ragazze, dice che tante sono le sue canzoni d’amore e che la prossima è stata scritta con una specie di “assicurazione”: “Se la cosa va in porto è una canzone d’amore, se non va non lo è, quindi se mi dai un picche sei tu che hai capito male, perché era una.. Canzone quasi d’amore (da Via Paolo Fabbri 43, 1976)”

Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d’orgoglio, mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c’è una vita sola: non ne sprechiamo niente
in tributi alla gente o al sogno.

Tempo, memoria e amore si incrociano poi in Incontro (da Radici, 1972), che non è tanto una storia d’amore (almeno, non dal suo punto di vista) ma il ritrovarsi di un’amicizia dopo anni di lontananza.

E correndo mi incontrò lungo le scale,
quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due.
Dieci anni da narrare l’uno all’altro,
ma le frasi rimanevan dentro in noi.

Poi la meravigliosa, Farewell (da Parnassius Guccinii, 1993)

E sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent’anni portati così,
come si porta un maglione sformato su un paio di jeans;
come si sente la voglia di vivere
che scoppia un giorno e non spieghi il perchè:
un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos’è.
E sentire i tuoi passi che arrivano,
il ticchettare del tuo buonumore,
quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore.
Non fu facile volersi bene, restare assieme
o pensare d’avere un domani e stare lontani;
tutti e due a immaginarsi: “Con chi sarà?”
in ogni cosa un pensiero costante,
un ricordo lucente e durissimo come il diamante.
E a ogni passo lasciare portarci via da un’emozione non piena, non colta:
rivedersi era come rinascere ancora una volta.

Segue un divertente tentativo di improvvisare Farewell Angelina di Bob Dylan, a cui ha reso omaggio sul finale di Farewell, citandone i versi “The triangle tingles And the trumpet play slow“.
La prima parte del concerto, che ruota attorno alle tematiche del tempo e dell’amore, ha una conclusione ideale in Ti ricordi quei giorni (da Quasi come Dumas, 1988)

Ora dove sei e che gente vede il tuo viso
e ascolta le tue parole leggere,
le tue sciocchezze leggere,
le tue lacrime leggere.

Nell’intermezzo del concerto il cantautore regala due inediti (“Ne avrei altri ma non ve li canto, perchè so che me li mettete su you tube e mi sputtanate il nuovo album”). Il primo è Su in collina, tradotta da una poesia in vernacolo bolognese e musicata da Flaco, che parla della guerra partigiana e che Guccini offre come una specie di omaggio all’anti-revisionismo storico (“Per non paragonare i combattenti di Salò ai Partigiani”).

Era della brigata il Brutto su in collina
ad un incrocio forse c’era già
e insieme all’altra stampa clandestina
doveva consegnarci “l’Unità”.
Ma Pedro si è fermato e stralunato gridò
“Compagni mi si gela il cuore
legato a tutto quel filo spinato
guardate là che c’è il Brutto, è la che muore”.
Non capimmo più niente e di volata tutti corremmo su per la stradina.
Là c’era il Brutto tutto sfigurato dai pugni e i calci di quegl’assassini.
Era scalzo, né giacca né camicia,
lungo un filo alla vita e tra le mani
teneva un’asse di legno e con la scritta
“Questa è la fine di tutti i partigiani”
Dopo avere maledetto e avere pianto
l’abbiamo tolto dal filo spinato.
Sotto la neve, compagni, abbiam giurato,
che avrebbero pagato tutto quanto.

Il secondo inedito è Il testamento del pagliaccio, canzone sardonica e politica, ritratto acido dell’Italia attuale. “Ascoltatela con attenzione”, suggerisce il Maestro prima di intonarla

Vi vuole tutti, amici, al funerale
con gli abiti migliori come a festa;
sarà civile, ma ci vuole in testa
sei politici servi e un cardinale.
Vaniloqui ed incenso siano attorno
promesse non risolte, altri rumori,
non risparmiate amici peccatori
qualche laica bestemmia per contorno.
Poi ci vorrebbe qualche “mi consenta”,
uno stilista mago del sublime,
un vip con la troietta di regime,
e chi si svende per denari trenta;
un onesto mafioso riciclato,
un duro e puro e cuore di nostalgico,
travestito da quasi democratico
che si sente padrone dello stato.

Si arriva così al gran finale: la seconda parte del concerto taglia sulle chiacchiere e abbonda nella musica. E’ una cavalcata di armonia, ritmo e poesie, in cui anche le parole, oltre che senso, fanno suono. E’ la volta di Don Chisciotte (da Stagioni, 2000)

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il “male” ed il “potere” hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?
Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza e Don Chisciotte.

Eskimo (da Amerigo, 1978)

E quanto son cambiato da allora e
l’eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e
tu lo porteresti e non puoi più.
Bisogna saper scegliere in tempo,
non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento,
io ci giravo già vent’anni fa.

Il capolavoro, Cirano (da D’amore, di morte e di altre sciocchezze, 1996)

Venite, gente vuota,
facciamola finita:
voi preti che vendete a tutti un’altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa, nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Dev’esserci, lo sento,
in terra in cielo o un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole;
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché ormai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo. Cirano.

Il vecchio e il bambino (da Radici, 1972)

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre”

The house of the rising sun. Strano, ma vero: l’italianista Guccini canta in Inglese per omaggiare Bob Dylan. Auschwitz (Canzone del bambino nel vento) (da Folk beat n°1, 1967)

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento.

Un altro giorno è andato (da L’isola non trovata, 1970)

Nel sole dei cortili i tuoi fantasmi giovanili
corron dietro a delle Silvie beffeggianti,
si è spenta la fontana, si è ossidata la campana:
perchè adesso ridi al gioco degli amanti?
Sei pronto per gettarti sulle strade,
l’inutile bagaglio hai dentro in te,
ma temi il sole e l’ acqua prima o poi cadrà
e il tempo andato non ritornerà.

Dio è morto (da Album concerto, 1979)

E’ venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità,
le fedi fatte di abitudine e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato,
la dignità fatta di vuoto,
l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
e un dio che è morto,
nei campi di sterminio dio è morto,
coi miti della razza dio è morto,
con gli odi di partito dio è morto.

Con questa canzone Francesco saluta e fa per scendere dal palco, ma tutti sappiamo che è una finta, che dura ben poco: il Maestrone riprende la chitarra e intona l’immancabile. La locomotiva, otto minuti di canzone senza respiri e pause, che parte in sordina con voce e chitarra per poi decollare nell’intervento graduale degli altri  strumenti e nel progressivo aumento di volume e ritmo, per esplodere su un finale rockeggiante.

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore
mentre fa correr via la macchina a vapore
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva, come una cosa viva,
lanciata a bomba contro l’ingiustizia.

 

Ho incontrato la musica di Francesco Guccini “da grande”. Non appartengo a quella generazione che l’ha avuto da colonna sonora della propria vita (e un po’ me ne dispiaccio), ma l’ho infine conosciuto e l’ho sentito adatto a me. Forse perchè è stato un incontro d’amore, forse perchè ho trovato, nelle sue, le mie parole, forse perchè tra l’irruenza delle sue opinioni politiche e la forza delle sue prese di posizioni sociali e storiche si leggono una dolcezza e una profondità di sentimenti che sono rare al di fuori della poesia. Forse è per quel Don Chisciotte ascoltato al buio.
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Un pensiero su “Guccini live

  1. giuseppina

    che bello, grianne! bellissimo questo resoconto. pensa, io sono una di quelle cresciute a botte di guccio, faber e lolli, i tre pilastri della mia vita, ma non sono mai riuscita a vedere un loro concerto! e di questo si\’ che c\’e\’ da dispiacersi! grazie comunque per il tuo bel racconto, mi sono sentita partecipe :-)))ZiaPupahttp://sfavolando.blogspot.com/

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