Addio

malavogliaEra una bella sera di primavera, col chiaro di luna per le strade e nel cortile, la gente davanti agli usci, e le ragazze che passeggiavano cantando e tenendosi abbracciate. Mena uscì anche lei a braccetto della Nunziata, che in casa si sentiva soffocare.
«Ora non si vedrà più il lume di compar Alfio, alla sera», disse Nunziata, «e la casa rimarrà chiusa».

Compar Alfio aveva caricato buona parte delle sue cosucce sul carro, e insaccava quel po’ di paglia che rimaneva nella mangiatoia, intanto che cuocevano quelle quattro fave della minestra. «Partirete prima di giorno, compar Alfio?» gli domandò Nunziata sulla porta del cortile.
«Sì, vado lontano, e quella povera bestia bisogna che si riposi un po’ nella giornata».
Mena non diceva nulla, e stava appoggiata allo stipite a guardar il carro carico, la casa vuota, il letto mezzo disfatto e la pentola che bolliva l’ultima volta sul focolare.
«Siete là anche voi, comare Mena?» esclamò Alfio appena la vide, e lasciò quello che stava facendo.
Ella disse di sì col capo, e Nunziata intanto era corsa a schiumare la pentola che riversava, da quella brava massaia che era.
«Così son contento, che posso dirvi addio anche a voi!» disse Alfio.
«Sono venuta a salutarvi», disse lei, e ci aveva il pianto nella gola. «Perché ci andate alla Bicocca se vi è la malaria?»
Alfio si mise a ridere, anche questa volta a malincuore, come quando era andato a dirle addio.
«O bella! perché ci vado? e voi perché vi maritate con Brasi Cipolla? Si fa quel che si può, comare Mena. Se avessi potuto far quel che volevo io, lo sapete cosa avrei fatto!…» Ella lo guardava e lo guardava, cogli occhi lucènti. «Sarei rimasto qui, che fino i muri mi conoscono, e so dove metter le mani, tanto che potrei andar a governare l’asino di notte, anche al buio; e vi avrei sposata io, comare Mena, che in cuore vi ci ho da un pezzo, e vi porto meco alla Bicocca, e dappertutto ove andrò. Ma questi oramai sono discorsi inutili, e bisogna fare quel che si può. Anche il mio asino va dove lo faccio andare».
«Ora addio», conchiuse Mena, «anch’io ci ho come una spina qui dentro… ed ora che vedrò sempre quella finestra chiusa, mi parrà di averci chiuso anche il cuore, e d’averci chiusa sopra quella finestra, pesante come una porta di palmento. — Ma così vuoi Dio. Ora vi saluto e me ne vado».
La poveretta piangeva cheta cheta, colla mano sugli occhi, e se ne andò insieme alla Nunziata a piangere sotto il nespolo, al chiaro di luna.

Giovanni Verga, I Malavoglia

La fotografia è di Alena Navarro Whyte
http://www.flickr.com/photos/lenifuzhead

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