Metti un sabato sera a teatro

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“Sei personaggi in cerca d’autore” è un’opera di metateatro, cioè l’azione scenica sviluppa un “teatro nel teatro”, mettendo a nudo le convenzioni sceniche condivise tra attori e spettatori. Lo scopo è svelare i diversi livelli di lettura di uno spettacolo e permettere una riflessione, in questo caso specifico, su come la realtà stessa sia in molte circostanze un’esperienza di finzione teatrale.
La trama si sviluppa sulla storia di una famiglia (padre, madre e quattro figli) di “personaggi”, abbandonati a se stessi dall’autore che avrebbe dovuto portare in scena le loro vicissitudini, alla ricerca di qualcuno che voglia rappresentare e, quindi finalmente, dare un epilogo alla loro storia.
Gli attori, che compaiono all’aprirsi del palco impegnati in una prova di un’altra opera teatrale pirandelliana “Il gioco delle parti”, si trasformano in spettatori del dramma che ha colpito la famiglia dei “personaggi”.
Solo il primogenito, maschio, è figlio di entrambi i genitori: lasciato ad una balia subito dopo la nascita per volere del padre è stato abbandonato definitivamente dalla madre all’età di due anni, quando quest’ultima, spinta dallo stesso marito, ha abbandonato la famiglia per un altro uomo. Dalla relazione con lui nasceranno gli altri tre figli: la maggiore, quasi coetanea del fratellastro, un bimbo e una piccolina di pochi anni.
Il primo marito della donna, però, si pente di aver lasciato la moglie nelle braccia dell’altro, si sente perso e solo in una casa vuota e comincia a spiare la nuova famiglia, finché i nuovi sposi, soffocati dal suo eccessivo interesse, decidono di trasferirsi all’estero.
Quando, molti anni dopo, il secondo marito muore lasciando la famiglia senza sostentamento, la donna decide di tornare nella città d’origine con i tre figli; trova lavoro presso una sarta, Madama Pace, che però l’assume solo per sfruttare in segreto la figlia maggiore, convincendola a prostituirsi, pena il licenziamento in tronco della madre.
Durante uno degli “incontri” amorosi della figlia, quest’ultima si trova di fronte al primo marito della donna, ma non lo riconosce. Il destino vuole che, mentre i due stiano per consumare, l’arrivo della madre sveli ad entrambi quello che stavano per compiere.
Il padre, sconvolto, invita tutta la famiglia a vivere nelle sua casa, dove potrà mantenerla e ricomporre il nucleo familiare tanto sognato. Il primogenito, però, vede nella propria madre, che lo ha abbandonato, e nei fratellastri solo degli approfittatori. Il suo rifiuto nei loro confronti fa sì che la famiglia ricomposta si trovi a vivere in un’atmosfera di forte disagio.
Il dramma si consuma quando la piccolina affoga nella fontana del giardino, la madre ne trova il cadavere senza vita ed il figlio minore assiste alla scena da dietro un cespuglio con una pistola nella mano. Improvvisamente ne parte un colpo.
Dopo aver assistito alla tragedia che si è consumata sotto i loro occhi, regista e attori abbandonano il teatro, chi incredulo, chi sconcertato.
L’ultima ad abbandonare il palcoscenico con una folle risata sarà la figlia, dal cui punto di vista è stata narrata tutta la vicenda.

“Ciascuno di noi si crede “uno” ma non è vero: è “tanti”, signore, “tanti”, secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi: “uno” con questo, “uno” con quello diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre “uno per tutti”, e sempre “quest’uno” che ci crediamo, in ogni nostro atto. Non è vero!”

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